Bosch, i sette peccati capitali e l’iride umana e divina.

Vorrei ora dare spazio per un esame dettagliato di questa interessante opera dove il pittore dipingendo questo quadro diede una precisa rappresentazione allegorica dei sette vizi capitali. Le cui immagini sono disposte sul piano della struttura iridea lungo un percorso circolare. Quadro dipinto dall’artista tra il 1475 e il 1470 che ora si conserva al Prado di Madrid.
Hieronymus Bosh è stato il primo pittore che ci ha dato una rappresentazione grafica stimolato dalla ricerca di un significato, pur allegorico dei sette vizi capitali visti sulle iridi dei nostri occhi; anche se altri prima di lui, a partire dall’Antico Testamento, lasciarono scritti significativi in merito: “non avere macchie nell’iride” “tali gli occhi tale è il corpo” , con Paracelso il Grande Medico “considerate l’occhio nel capo con quale arte è costruito, e come il corpo abbia impresso meravigliosamente la sua anatomia in esso.
Iniziamo analizzando il centro del dipinto: Il Cristo risorto, rappresentato come la pupilla, il centro del nostro occhio, o per molti il centro della nostra anima. Alcuni dicono che invece sia l’occhio di Dio, come ammonizione, come per dire: “Io ti guardo, stai attento e sii retto”.
Ai margini i quattro “novissimi”, Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso. Sui cartigli i testi biblici: in alto “E’ un popolo privo di discernimento e di senno; o, se fossero saggi e chiaroveggenti, si occuperebbero di ciò che li aspetta” e in basso “Io nasconderò il mio volto davanti a loro e considererò quale sarà la loro fine”.
Nelle facce esterne degli scomparti laterali de Il trittico delle delizie troviamo, invece, dipinta La creazione del mondo, con una prospettiva esterna addirittura a Dio stesso. Dio sta in un angolo alla sinistra del quadro ed una scritta recita: “Egli disse e furono fatti, comandò e furono creati”. Qui lo sguardo abbraccia, come da fuori, l’esistenza del mondo. Insomma Bosch ha cercato più volte prospettive inusitate per cogliere pittoricamente il dramma del mondo.
Nel retro di S.Giovanni evangelista la zona intorno ai due cerchi centrali è contraddistinta dal nero. Ma non è un nero indistinto. Si intravedono figure diaboliche al suo interno. E’ la zona che indica la presenza del male. Ma essa non occupa il centro. Proprio come nell’Apocalisse. Il male dispiega la sua forza, ma mai è al centro della vita! Nella corona che racchiude il centro vediamo la passione di Cristo: la Preghiera nell’orto degli Ulivi, il Bacio di Giuda e la cattura, Gesù dinanzi a Pilato, la Flagellazione e la Coronazione di spine, la Salita al Calvario, la Crocifissione e la Deposizione. E’ il confronto fra il male e Dio. Il male dispiega contro il Cristo la sua forza e, apparentemente, sembra vincitore.
Al centro vediamo un grande uccello dalle ali spiegate che nutre i suoi piccoli, al di sopra di un monte dalla cui cavità escono fiamme. E’ la vittoria di Cristo sul grande abisso, che viene inghiottito al posto di inghiottire. Molti studiosi interpretano l’uccello come il pellicano che – secondo la tradizione dei Padri – ferisce se stesso per nutrire con il proprio sangue i suoi piccoli, figura di Cristo che da vita agli uomini con il dono della propria vita. L’aspetto dell’uccello assomiglia però a quello di un aquila, simbolo iconografico giovanneo, ma anche simbolo di Dio stesso che porta come un’aquila il suo popolo. Certo appare comunque lo spessore cristologico e soteriologico del simbolo. E’ il Cristo che nutre i suoi con il suo sangue. Ecco che anche nel retro del quadro il contrasto, la lotta, fra Dio ed il male si dispiega. Ma se è vero che, nel contrasto, si pone ancor più in evidenza l’oscurità malefica, è vero, d’altro canto, che nello stesso contrasto risalta ancor più la serenità della vittoria cristiana. Ho voluto parlarvi di quest’opera e mostrarvela, perché abbiate, come in un immagine, il senso dell’Apocalisse.




